La storia dimenticata di Karimula Barkalaev

Nei primi anni delle MMA c’erano generalmente due tipi di lottatori: quelli che, per titoli e imprese, lasciavano il segno e ancora oggi sono ricordati come campioni e quelli che, invece, dopo un paio di match si ritiravano ed erano destinati al dimenticatoio. C’è però un’eccezione che non può essere inserita in nessuna di queste due categorie, un fighter che condivide entrambi i destini, quello della leggenda e quello dell’oblio, allo stesso tempo. Karimula Barkalaev, a volte citato con il nome musulmano di Kareem, è senza dubbio uno degli uomini più misteriosi nella storia di questo sport: lottò contro i migliori combattenti del suo tempo, li sconfisse tutti, e poi fece perdere le proprie tracce. Non si ritirò e basta, scomparve letteralmente dalla faccia della terra e, ad oggi, nessuno sembra sapere che fine abbia fatto. Se non fosse per alcuni vecchi video dei suoi combattimenti si potrebbe quasi sospettare che non sia mai esistito. La sua pagina su Sherdog, tra le poche informazioni fornite, ci dice che è georgiano, ma solo in teoria dato che altre fonti lo riportano come russo, kazako, daghestano o proveniente da un’altra delle ex regioni sovietiche, probabilmente una di quelle a maggioranza islamica visto il suo nome. Quel poco altro che sappiamo di lui sono i suoi dati fisici, 188 cm di altezza per 90 kg di peso, e il suo record di 11-1-0, con quattro vittorie per ko, due per sottomissione, una per decisione, una per squalifica e, incredibilmente, altre tre dall’esito sconosciuto. Inoltre, sul web gira voce che sia stato tre volte campione daghestano di kickboxing e campione europeo di free fight, ma come ogni altra cosa che lo riguarda non si tratta di notizie confermate. Questo è, più o meno, tutto ciò che abbiamo su di lui. Il resto, tutta la sua vita prima e dopo gli incontri, rimane un mistero assoluto. Ad oggi sui principali forum stranieri è ancora possibile trovare discussioni da titoli come “Che fine ha fatto Karimula Barkalaev?”, una domanda a cui nessuno sembra riuscire a trovare una risposta sicura. Alcune voci dicono che oggi viva in Russia, in una casa sperduta nel nulla e lontana ore ed ore di macchina da qualsiasi palestra, altre ipotizzano un suo coinvolgimento col mondo della criminalità e una detenzione in carcere per associazione mafiosa. Interessato alla storia di questo atleta, ho iniziato a cercare più informazioni e dopo alcune ricerche sono riuscito ad approdare ad un forum russo nel quale un amico di Karimula ha rivelato la sua intera vicenda nel corso di un’intervista. Questa è la storia di un grande campione ingiustamente dimenticato.
Karimula Magomedovich Barkalaev nacque nel gennaio del 1973 in un piccolo villaggio di contadini della Georgia, in una turbolenta zona di confine con la Repubblica del Daghestan. Di etnia avara, il suo carattere combattivo fu forgiato dalle dure condizioni di vita delle montuose cime del Caucaso settentrionale e dalla prematura morte di suo padre, scomparso per motivi non meglio specificati quando lui era poco più di un bambino. Karimula crebbe forte, violento ed indisciplinato: era così ingestibile che a causa delle sue continue fughe da casa la madre fu costretta a spedirlo in un collegio nel vicino Daghestan, dove gli sarebbe stata finalmente impartita quella giusta dose di disciplina che lei non sembravano in grado di dargli. Ma neanche le mura del riformatorio potevano trattenere un animo tanto inquieto, e i suoi tentativi di fuga erano all’ordine del giorno. Fortuna volle che uno zio, fratello del suo defunto padre ed ex campione europeo e sovietico di judo, nonché uno dei migliori allenatori all’epoca sulla piazza, venne a conoscenza della situazione e, abitando pure lui in Daghestan, decise di adottare il nipote. Karimula cominciò dunque ad imparare il judo già in giovane età, allenandosi duramente come solo in quella parte del mondo sanno fare. Suo fedele compagno di avventura era il cugino Dzhabrail, a cui il destino riserverà un futuro tutt’altro che roseo dato che, dopo aver vinto un titolo nazionale in questa disciplina, durante una notte d’inverno del 2010 sarà freddato con alcuni colpi di pistola nel parco di Makhchakala, un omicidio sempre rimasto irrisolto. Rafforzato nel corpo e nello spirito, quando decise di fare ritorno in Georgia Karimula trovò il suo paese radicalmente cambiato, con la caduta del muro di Berlino e gli anni novanta che avevano portato fame e povertà in tutta la regione. Sulle macerie di quella che un tempo era l’Unione Sovietica aveva cominciato a svilupparsi il business dei combattimenti senza regole, brutali scontri a mani nude che coinvolgevano le alte sfere del crimine con un giro di scommesse illegali. Il giovane lottatore, tornato in patria con le tasche vuote quasi quanto lo stomaco, ci vide subito un’opportunità per riscattare la propria vita. Al tempo sopravviveva vendendo giornali e fu grazie a questo lavoro che un giorno gli capitò tra le mani un articolo sulle competizioni locali di no holds barred; erano soldi facili e veloci, di certo meno faticosi da ottenere che spezzandosi la schiena tutto il giorno in massacranti lavori sottopagati. Ovviamente per vincere la somma bisognava sconfiggere tutti gli avversari della serata, nessun premio ai perdenti, ma questo non era un gran problema per lui: anni di addestramento, povertà e fame avevano temprato a sufficienza il giovane judoka per prepararlo ad un’impresa simile. Karimula iniziò quindi a lottare in questo modo, quasi per caso, mostrando fino a che punto può spingersi la determinazione di un uomo costretto a combattere per procurarsi il pane. A volte partecipava anche a più di venti tornei al mese, riuscendo sempre ad incassare il premio finale in denaro dopo aver sconfitto ogni volta due o tre avversari.
Con una forza fisica incredibile anche per gli standard di una regione tanto dura come la sua, terra di guerrieri, nella maggior parte dei tornei semplicemente non trovava nessun avversario in grado di metterlo in difficoltà. Il fatto è che Karimula non solo era estremamente duro ma soprattutto ricco di tecnica: con un fisico perfetto per le MMA, muscoloso ma atletico, e una cattiveria agonistica che solo chi combatte per sopravvivere può possedere, la sua strategia consisteva nel portare a terra l’avversario con proiezioni tipiche del judo e, una volta lì, sottometterlo o distruggerlo in un duro ground and pound. Barkalaev metteva tutta la forza possibile nei suoi pugni, non faceva finte e quando colpiva, colpiva sul serio! Nonostante il discreto successo, quei piccoli tornei locali cominciavano però a stargli stretti: quello che reclamava era un posto di prestigio tra i migliori lottatori della Russia. Per farlo aveva bisogno di associarsi ad un team e la scelta ricadde su quello del “padre” delle MMA russe in persona, il leggendario Volk Han, che di nome faceva Magomedkhan Gamzatkhanov e che rimase molto colpito dalla forza fisica e dalle capacità di combattimento del giovane prospetto con cui condivideva le origini avaro-daghestane. Sotto la sua guida Barkalaev iniziò a studiare più a fondo le sottomissioni, beneficiando molto anche della guida di Mikhail Ilyukhin, un forte combattente di sambo che aveva da poco ottenuto una vittoria per sottomissione contro il celebre Igor Vovchanchyn. Il debutto ufficiale di Karimula avvenne a Mosca nel torneo di bareknuckle fighting dell’ IAFC-Absolute Fighting Championship 2 il 30 aprile 1997, lottando nella stessa card insieme ad Alexei Oleinik, Roberto Traven e John Dixson. Il suo avversario era il noto veterano UFC Joe “The Ghetto Man” Charles, che soffocò con una forearm choke a circa dieci minuti dall’inizio del primo round dopo averlo colpito più volte con delle testate al volto, all’epoca legali. L’IAFC, promotion del tempo abbastanza conosciuta per la brutalità dei suoi match e per il suo regolamento a dir poco permissivo, contava nel proprio roster diversi allievi della scuola di Volk Han, tra cui lo stesso Mikhail Ilyukhin, quindi non c’è da sorprendersi se ben metà dei match di Karimula si svolsero in questa promotion. Poco tempo dopo il suo primo incontro, sempre nel corso di un torneo tutto in una sera, Barkalaev divenne campione IAFC sconfiggendo alcuni dei più famosi combattenti russi dell’epoca nell’evento Russian Open Pankration Cup: Igor Gerus, Valery Nikulin e Valery Pliev. Nel mese di maggio del 1998 affrontò poi l’olandese Gilbert Yvel, un selvaggio kickboxer con la fama da “ragazzo cattivo” che appena pochi mesi prima lo aveva sconfitto in un match di shoot-fighting nel RINGS in Giappone; questa volta, però, le cose sarebbero state diverse a causa del regolamento che permetteva i colpi a terra. Il match ebbe luogo all’IAFC Pankration European Championship e vide Yvel, noto lottatore “sporco”, accecare più volte Karimula con le dita e, in una fase di lotta a terra, addirittura morderlo sul petto. Quando Volk Han, che stava facendo da angolo, notò i segni dei denti sul corpo del proprio fighter, balzò dentro la gabbia e schiaffeggiò l’arbitro per richiamarne l’attenzione: Yvel venne squalificato e la vittoria assegnata a Barkalaev, che riuscì così ad aggiungere la testa di un altro lottatore di livello mondiale alla sua lista. Nel 1999 tornò a combattere, dopo un periodo nel quale era stato costretto a seguire una cura a base di iniezioni contro la rabbia per i morsi di Yvel, sottomettendo a suon di pugni il russo Sergei Akinin, una vittoria riportata al primo round sempre nell’IAFC, prima di volare fino in Ucraina e conquistarne la capitale Kiev nel torneo Brilliant 1-Kiev’s Brilliant, il più grande evento di MMA di sempre nella storia di quel paese. Nel corso di una sola serata Barkalaev mise knockout Oleg Chemodurov, Roman Savochka e in finale il veterano Martin Malkhasyan, da poco reduce da una vittoria contro Sergei Kharitonov!
Questo sarebbe stato il suo ultimo match di MMA per un bel po’ di tempo dato che, con l’inizio del nuovo secolo, Karimula spinse il proprio sguardo verso la penisola arabica e il neonato Abu Dhabi Combat Club World Campionship (ADCC), il più grande evento di grappling al mondo. Le ingenti borse in denaro e l’opportunità di combattere in una location esotica come gli Emirati Arabi attirarono rapidamente i migliori wrestler, judoka e lottatori di jiu-jitsu da tutto il mondo, e Barkalaev non rimase certo a guardare. La sua fortuna fu quella di attirare l’attenzione di uno sceicco della zona, un uomo molto ricco e potente che gli offrì la possibilità di trasferirsi nel paese e di allenarsi in condizioni finanziarie più favorevoli rispetto a quelle che aveva in Russia con Volk Han. Per la prima volta Karimula assaggiò la bella vita, vivendo nella città più ricca del mondo, tra spiagge e palazzi, e addestrandosi nelle migliori palestre che lo sceicco, che lo riteneva pari ad un figlio, gli potesse fornire. Aveva realizzato il sogno di tutti i ragazzi poveri dei villaggi del caucaso: adesso poteva lottare per difendere il proprio onore e quello della sua famiglia, dimostrare di essere il più forte, ed essere pagato un sacco di soldi per farlo. Diversamente dalla maggior parte degli altri atleti, Karimula non perse la testa nel successo ma mostrò semplicemente cosa può fare un lottatore daghestano, nato e cresciuto nella culla dei migliori combattenti del pianeta, se qualcuno lo mette nella condizione di non doversi preoccupare per il cibo o per i soldi ma unicamente del proprio allenamento. Una delle prime cinture nere di Brazilian jiu-jitsu in Russia, combattendo nella seconda edizione dell’ADCC riuscì a compiere un’impresa storica vincendo, nel 1999, la medaglia d’oro nella categoria degli 88 chilogrammi di peso, un grande successo se si pensa che nello stesso evento lottarono vere e proprie leggende come Jeff Monson, Rodrigo Nogueira e Tito Ortiz, che era ampiamente ritenuto il miglior peso medio del tempo. Due russi in tutta la storia sono riusciti a raggiungere le finali dell’ADCC, solitamente dominato dai lottatori brasiliani, ma Barkalaev è stato l’unico a vincerlo e questo è un record che detiene tutt’ora.
Nonostante ciò la vetta più alta della sua carriera non la raggiunse nel grappling bensì nelle MMA, dove decise di tornare a competere nei primi anni del duemila: Il torneo dei pesi medi Shidokan Jitsu– Warrior’s War, tenutosi in Kuwait nel febbraio del 2001, si rivelerà essere il trampolino di lancio per la sua leggenda. In un paese tristemente noto per l’invasione di Saddam Hussein, lo Shidokan Jitsu fu il primo ed unico evento di MMA di rilievo, organizzato da un promoter siriano per intrattenere il regnante del paese, lo sceicco Jaber Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, con uno show che riuniva in un’unica serata l’elite dei lottatori del tempo: tra gli altri, Matt Hughes, Carlos Newton e Dave Menne. A causa del suo passato nell’ADCC Karimula era molto amato nei paesi arabi ma di fronte a tanti talenti veniva visto come uno sfavorito; per lui sarebbe già stato tanto superare le prime fasi del torneo, si pensava. Contro tutte le previsioni, nel suo primo match della serata sconfisse invece con una schiacciante vittoria ai punti il grappler spagnolo Dersu Lerma, dominandolo nelle fasi di lotta a terra e di ground and pound con una prestazione nella quale, nonostante la netta vittoria, stava chiaramente risparmiando energie per l’incontro successivo. Avrebbe dovuto infatti affrontare un vero fenomeno: il cubano naturalizzato brasiliano Jose Landi-Jones, detto “Pelè”, membro della Chute Boxe di Curitiba e sparring partner di Wanderlei Silva e Mauricio “Shogun” Rua. Pelè, che all’epoca vantava un record di 19-5 con 17 vittorie prima del limite, aveva appena messo ko con una ginocchiata volante il futuro Hall of Famer Matt Hughes e sul suo record aveva due vittorie nella Muay Thai contro Anderson Silva. Inaspettatamente Barkalaev controllò l’intero incontro con le sue proiezioni di judo e abilità nel grappling, sfiancando il brasiliano e riuscendo infine a prendergli la schiena. Completamente senza difese, con il russo che lo colpiva incessantemente con pesantissimi pugni al volto, Pelè venne fermato per tko, per la prima volta nella sua carriera, a poco meno di sei minuti dall’inizio del match. Se col primo incontro si era riscattato dalla condizione di sfavorito, con questa vittoria Karimula si impose come il probabile vincitore del torneo. Raggiunta la finale, combatté una battaglia incredibile con il futuro campione dei pesi medi UFC Dave Menne, facendo prevalere ancora una volta la propria lotta a terra: avanti ai punti, proiettò l’americano diverse volte, ne passò la guardia e iniziò il ground and pound come aveva fatto con i precedenti avversari. Tuttavia, Menne cercò di ribaltarlo e lui, aggrappandosi istintivamente alla gabbia per un paio di volte, finì vittima della sottrazione di un punto da parte di “Big” John McCarthy, una penalità che gli costerà l’intero incontro. Alla fine dei tre round, difatti, tra i fischi del pubblico Bruce Buffer annunciò l’americano come vincitore per decisione unanime, conferendogli una cintura d’oro e un assegno da centoventicinquemila dollari che scatenarono il caos all’angolo di Barkalaev. I suoi compagni di team, furiosi, invasero il ring per affrontare gli atleti statunitensi e vennero fermati solo dal fortunato intervento di un gruppo di Navy Seals che per puro caso si trovava tra il pubblico. Con fatica, Menne e il suo angolo riuscirono a lasciare illesi l’edificio ma nelle ore seguenti per poco non finirono vittima di un altro assalto dei russi che, armati di coltelli, li accerchiarono nella hall dell’albergo quando andarono a riprendersi i bagagli. Fuggiti nuovamente e percependo di essere in pericolo, Menne e i suoi chiesero allo sceicco di essere trasferiti in un altro hotel e, dopo una notte passata nella paura, tornarono a casa sul primo aereo disponibile.
Questa non era la prima volta che Barkalaev si trovava coinvolto in una situazione simile dato che l’anno precedente, nel 2000, era stato protagonista di un brutto episodio verificatosi nel corso del suo secondo torneo ADCC. Durante un match contro Ricardo Arona, veterano degli sport da combattimento che vanta vittorie nelle MMA contro lottatori del calibro di Wanderlei Silva, Kazushi Sakuraba e Dan Henderson, aveva afferrato con violenza il collo del rivale, nella più classica delle tradizioni della lotta daghestana, e questi aveva reagito colpendolo al volto con uno schiaffo. Era cominciata una rissa e un’intera folla di arbitri era dovuta saltare sul tappeto per calmare il combattente russo, che era stato subito immobilizzato e scortato fuori dal palazzetto da guardie armate. La storia tace su che cosa sia successo dopo. Si dice che all’epoca Karimula lavorasse come istruttore di judo in una palestra di Abu Dhabi e che le sue azioni avessero recato un’offesa personale allo sceicco essendo lui entrato nel torneo come rappresentante della famiglia reale. In una successiva intervista il russo raccontò di essere stato bendato, ammanettato e fatto prigioniero; disse di aver passato una settimana in un carcere arabo, con gli occhi sempre coperti, rinchiuso in una cella con tigri e leopardi, e di essere stato torturato; i suoi carnefici lo avevano quindi messo sul primo volo per la Russia e lo avevano allontanato dal paese. Tali dichiarazioni non furono mai verificate, ma quel che è certo è che Karimula disse che non avrebbe più fatto ritorno ad Abu Dhabi, dove la sua presenza non era più gradita allo sceicco. Molti fan concordano sul fatto che Barkalaev avesse tutte le possibilità di battere Arona in quel torneo, e che per questo motivo il brasiliano, che ancora oggi è imbattuto nell’ADCC, lo avesse deliberatamente provocato per spingerlo a combattere in modo irregolare e farsi così squalificare. Sono solo dicerie, nulla di confermato, ma di certo Karimula chiese a gran voce un rematch contro di lui sotto le regole delle MMA e Arona non rispose mai alla sfida. Comunque sia andata, dopo lo spiacevole incidente la sua carriera non durò ancora molto.
Barkalaev combatté i suoi ultimi match nel 2001, nel già citato torneo in Kuwait, e poi scomparve per sempre dalle scene lasciandosi dietro una serie di impressionanti vittorie e un alone di mistero che lo circonda ancora oggi. Dato che all’epoca non aveva ancora raggiunto l’apice della carriera e aveva di fronte a sé un grande futuro, le speculazioni sul motivo di un ritiro tanto improvviso furono le più disparate: alcuni dicono che fosse rimasto traumatizzato per l’incarcerazione ad Abu Dhabi e che non si trovasse più nella condizione mentale giusta per combattere a certi livelli, altri che avesse dovuto appendere i guantini al chiodo dopo aver riportato un grave aneurisma cerebrale a seguito di un incontro truccato in Thailandia. Ulteriori storie, se possibile ancor più fantasiose, raccontano di come fosse rimasto ucciso in un conflitto a fuoco durante la guerra nella vicina Cecenia o che, ancora, avesse fatto una brutta fine a causa dei suoi presunti legami con la mafia russa. In realtà come spesso accade i fatti sono molto meno incredibili di quanto si possa pensare: Karimula si ritirò per un motivo tanto banale quanto comune negli sport da combattimento, un infortunio alla schiena che non gli permetteva più di allenarsi correttamente. Una volta terminata la sua carriera agonistica non pretese niente da nessuno, non volle soldi né decise di sfruttare la propria popolarità per aprire una palestra. Cancellò il suo passato e da anonimo cittadino fece ritorno in Daghestan, dove rinunciò alla cittadinanza georgiana a favore di quella russa e sposò una ragazza del posto. Laureatosi in economia e commercio nel 2003, aprì poi la propria attività di meccanico e grazie ai suoi successi sportivi ottenne l’onore di essere nominato presidente del complesso sportivo fondato a Kaspiysk dal lottatore olimpico Ali Aliyev. A quarantacinque anni di età, oggi Karimula vive a Makhchkala, sulle coste del Mar Caspio: è il direttore del mercato della sua città, uno dei più rinomati del paese, e gestisce una sala da biliardo che in memoria dei vecchi tempi ha chiamato “Abu Dhabi”. Di recente ha persino intrapreso la strada della politica, venendo nominato deputato regionale della Repubblica del Daghestan. Ogni tanto i suoi ex-studenti dei paesi arabi vengono ancora a trovarlo, ma è suo nipote Ruslan, anch’egli un lottatore di MMA, ad avere sulle spalle l’eredità sportiva di questo grande campione. Un lampo luminoso che squarciò il cielo dello sport, dopo aver scioccato il mondo con le sue incredibili vittorie Karimula se ne andò così come era venuto, all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia dietro di sé eccetto che la grande fonte d’ispirazione che ha spinto molti ragazzi daghestani a iniziare una carriera nelle MMA; tra loro, probabilmente, anche un giovanissimo Khabib Nurmagomedov, l’attuale campione dei pesi leggeri UFC. Uno dei grappler più titolati nella storia del suo paese, Karimula Barkalaev resta ancora oggi una leggenda dello sport daghestano e al contempo uno dei suoi più grandi misteri.
“Era un figlio di puttana spaventoso” ricorda l’ex campione dei pesi welter UFC Pat Miletich, che era stato all’angolo di Dave Menne nel corso del loro incontro: “Un ceceno completamente pazzo!”.

Hans Nijman: vivere e morire come un gangster

Erano passati ventotto anni da quando, nel lontano 1985, il campione del mondo in carica di kickboxing André Brilleman era stato ritrovato morto, crivellato di proiettili e sigillato in una botte piena di cemento, sul fondo del fiume Waal. Ribattezzato “Il bulldog” per il suo stile spietato e la ferocia con cui era solito mettere knockout gli avversari, Brilleman lavorava come guardia del corpo per il barone della droga Klaas Bruinsma e aveva stretti legami di amicizia con alcuni mafiosi che si allenavano insieme a lui nella palestra della Meijiro Gym ad Amsterdam; un legame, questo, che portò infine al tragico epilogo della sua vita. Ventotto anni dopo, per l’appunto, nella medesima città e in circostanze del tutto simili, un’altra leggenda delle arti marziali olandesi seguirà le sue orme andando incontro ad una tanto prematura quanto violenta scomparsa.
Con un collo taurino, il classico naso maciullato da pugile e un fisico tarchiato segnato da solidi muscoli, Johannes Petrus Nijman, per gli amici Hans, era una presenza che non passava di certo inosservata. Un lottatore di Kyokushinkai dalle grandi abilità, iniziò la sua carriera marziale nelle vesti di kickboxer e di karateka, una disciplina, quest’ultima, nella quale arrivò a conquistare il titolo olandese e un rispettabile terzo posto ai campionato del mondo WUKO per la categoria dei pesi massimi. Fu inoltre uno dei primi lottatori europei a cimentarsi negli incontri di shoot-wrestling della giapponese RINGS, promotion di fama internazionale e vero e proprio fenomeno mediatico che all’epoca poteva contare sull’appoggio di milioni di fan e sulla collaborazione televisiva con WOWOW Channel, l’equivalente nipponica della HBO. Fondata da Akira Maeda e presto diventata una delle maggiori organizzazioni di pro-wrestling in circolazione, in quel periodo il RINGS stava mettendo sotto contratto un gran numero di lottatori stranieri provenienti da ogni parte del mondo, dal Regno Unito alla Bulgaria, dagli USA all’Australia, per accrescere il proprio roster e portare una nota di spettacolarità in più ai propri eventi. Era come un videogioco picchiaduro in carne ed ossa, con ogni contendente esperto in una specifica arte marziale e con le proprie tecniche segrete per finalizzare gli avversari: c’erano i maestri di sambo russi, gli ex lottatori olimpici georgiani, i campioni brasiliani di jiu-jitsu e poi loro, i famigerati kickboxer olandesi riuniti nel team capitanato dal leggendario “Demone Rosso” Chris Dolman. Gli incontri erano, ovviamente, esibizioni sportive dall’esito predeterminato, ma a differenza del pro-wrestling tradizionale in questo caso si trattava di match estremamente realistici: niente più salti dalle corde e prese in volo, ma tecniche legittime e colpi che spesso andavano a segno realmente. Una sorta di misto tra realtà e finzione, tra spettacolo e sport, che si rivelò essere una combinazione vincente. Gli stessi atleti, poi, spesso erano dei lottatori professionisti a tutti gli effetti tant’è vero che molti di essi negli anni successivi avrebbero effettuato una transizione anche abbastanza fortunata nelle MMA: nomi come Volk Han, Kiyoshi Tamura e Tsuyoshi Kosaka, ma anche il più grande lottatore di greco-romana di ogni epoca e tre volte medaglia d’oro olimpica Aleksander Karelin, detto “Alessandro il Grande”, che proprio nel RINGS disputò il suo primo ed unico match di MMA. Nijman debuttò come membro del team olandese nello show del 7 dicembre 1991, dove riuscì ad ottenere un pareggio contro l’idolo locale e veterano della kickboxing Masaaki Satake; poco tempo dopo strappò un altro verdetto di parità nell’incontro con Adam Watt, quindi una sconfitta per mano dello stesso Akira Maeda e in seguito le straordinarie vittorie per knockout contro celebri nomi come Mitsuya Nagai, Masayuki Naruse, Zaza Tkeshelashvili e Mikhail Ilyukhin. Riuscì persino a raggiungere il podio del RINGS Mega Battle Tournament del 1994, il torneo annuale al quale partecipavano i migliori lottatori della promotion, e con le sue vittorie contro Tsuyoshi Kohsaka e Kiyoshi Tamura si guadagnò l’onore di essere inserito, anche se per un breve periodo, al primo posto nei ranking dell’organizzazione. Poster e calendari furono stampati su di lui, ed egli stesso venne addirittura inserito come personaggio giocabile in un celebre videogioco di arti marziali giapponese. Le sue abilità atletiche, i suoi calci rotanti spettacolari e la frequenza con cui combatteva furono di certo le grandi ragioni di un tale successo: con un record nello shoot-wrestling di ventiquattro vittorie, venti sconfitte e tre pareggi, Hans è stato sicuramente una delle più grandi star dell’epoca e uno dei pochi “gaijin”, la parola con cui i giapponesi identificano gli stranieri, ad essere entrato nel cuore dei fan nipponici.
Fu intorno al 1995, testimoni del successo che promotion come lo Shooto stavano riscuotendo sempre di più a discapito delle federazioni di pro-wrestling, che i dirigenti del RINGS cominciarono ad inserire degli incontri di arti marziali miste nelle proprie card per attirare un maggior numero di spettatori. Lentamente, con un numero sempre minore di match “finti” disputati nei propri eventi ma un afflusso ben maggiore di pubblico, Maeda decise di trasformare definitivamente il RINGS in una promotion di MMA a tutti gli effetti e i suoi lottatori cominciarono a combattere in incontri reali. A quel tempo Hans aveva quasi raggiunto la soglia dei quarant’anni e di conseguenza disputò la sua intera carriera nelle arti marziali miste ad un’età alla quale la maggior parte degli altri lottatori solitamente inizia a pensare al ritiro, ma questo non gli impedì di raggiungere ugualmente enormi traguardi. Ovviamente, e non solo a causa dell’età, combattere sul serio era molto diverso da quello che aveva fatto fino ad allora: sicuramente in piedi si trovava avvantaggiato grazie alla sua esperienza passata nel karate, ma la lotta a terra per lui costituiva ancora un mistero assoluto. Nonostante questo handicap tutt’altro che semplice da compensare, Hans riuscì a vincere i primi cinque incontri della propria carriera e a farlo sempre prima del limite, chiudendo addirittura una imprevedibile ghigliottina sul lottatore Allen Harris, una sottomissione che nessuno si sarebbe aspettato da parte di uno striker come lui. Tuttavia, per quanto si impegnasse a indagare a fondo i segreti del catch-wrestling giapponese, il suo punto di forza rimaneva sempre e comunque la lotta in piedi. Nella storia degli sport da combattimento sono veramente in pochi ad essere ricordati per aver avuto una propria mossa distintiva con cui mettere fuori gioco gli avversari, come la “H-Bomb” di Dan Henderson o il devastante high-kick sinistro di Mirko Crocop, e Hans è uno di loro: quella che ai tempi dello shoot-wrestling era una tecnica utilizzata solamente a scopo teatrale, tanto sembrava uscita da un film di arti marziali di Bruce Lee e priva di qualsiasi efficacia in uno scontro reale, si rivelò essere un’arma a dir poco letale. Si trattava di un calcio in due passaggi tipico del karate tradizionale, molto simile al “Brazilian kick” reso celebre da Glaube Feitosa nel K-1, che andava a mirare in basso e a colpire in alto in modo tale che l’avversario, qualora avesse abbassato la guardia per difendere il busto, avrebbe lasciato il volto scoperto. Richiedendo una notevole flessibilità e una grande forza di tronco per essere eseguito con la giusta energia, pochi lottatori nella storia sono stati in grado di utilizzare questo “calcio a due livelli” con la stessa efficacia di Nijman, sicuramente nessuno con la stessa potenza. Con 183 cm di altezza e più di 110 kg di peso, infatti, la forza sprigionata dalle gambe di Hans era in grado di abbattere qualsiasi ostacolo e questa sua abilità unica, mescolata con altrettanto pesanti colpi di pugno e di ginocchio, gli garantì un sacco di vittorie per knockout. Tra il 1995 e il 1999 Nijman riuscì ad accumulare un record di nove vittorie e sole tre sconfitte combattendo sia in Giappone sia, soprattutto, negli eventi del RINGS che si svolgevano in Olanda: tra le sue vittime più illustri troviamo i nomi di Yoshihisa Yamamoto, Andrey Kopylov e del “padre” delle MMA russe in persona, Volk Han, che all’epoca era ritenuto uno dei grappler più pericolosi al mondo. Perse solamente contro due lottatori davvero molto tosti quali Kiyoshi Tamura e Hiromitsu Kanehara, e contro il karateka georgiano Tariel Bitsadze che però si imponeva con un notevole vantaggio fisico dall’alto dei suoi due metri di altezza per oltre centocinquanta chili di peso. Nel gennaio del 2000, dopo aver sottomesso per rear naked choke l’australiano Danny Higgins nel suo ultimo match per il RINGS, Nijman fu chiamato a partecipare al Pride Openwight Grand Prix, il più grande evento di arti marziali che si fosse mai visto fino ad allora; messo di fronte ad un debuttante Kazuyuki Fujita, leggendario fighter noto per la sua incredibile mascella, fu costretto ad arrendersi nei primi minuti del round ad una terribile neck crank applicata dalla superstar giapponese. A seguito di altre due sconfitte consecutive nella sua Olanda, una per mano del kickboxer Barrington Patterson e una contro un giovane Cheick Kongo, Hans decise infine di ritirarsi, nel giugno 2003, all’età di 43 anni. Un inaspettato quanto trascurabile ritorno nel 2013 in Giappone lo vide, ormai ultracinquantenne, perdere contro il ben più giovane Minoru Suzuki, star locale, in un triste siparietto che non rese per nulla la grandezza di quello che un tempo egli aveva rappresentato per la crescita dell’intero movimento delle MMA olandesi ed europee. La sconfitta per sottomissione, più di preciso per mezzo di una delle famigerate kneebar del “guerriero solitario”, aggiornò il suo record definitivo a nove vittorie, metà delle quali per ko e metà per sottomissione, e sei sconfitte, oltre a circa un centinaio di match di shoot-wrestling combattuti negli anni precedenti e persino successivi al suo ritiro dalle MMA.
Una vera leggenda vivente, a dispetto di quel che si potrebbe pensare nella vita di tutti i giorni Hans era un uomo come tanti che lavorava duramente per sostenere la moglie e i quattro figli, un idolo locale e un pilastro della sua comunità, molto amato per il suo carattere amichevole e per la sua disponibilità con i fan. Tuttavia, seppur con la sua carriera sportiva alle spalle, gli anni più selvaggi della sua vita dovevano ancora incominciare. Dopo essersi ritirato dalle competizioni Hans aprì una grande palestra di arti marziali a Beverwijk, a pochi chilometri da Amsterdam, insieme all’amico e compagno di team Dick Vrij, un ex bodybuilder e buttafuori con cui aveva militato a lungo nel circuito del RINGS. Entrambe facce conosciute nel famigerato red light district della capitale olandese, Hans e Dick arrotondavano lo stipendio facendo le guardie di sicurezza nei night club del posto e, come molti altri lottatori di quel periodo, prestandosi a piccoli lavori di intimidazione per conto della malavita locale. A causa del suo coinvolgimento in attività di riciclaggio di denaro sporco e di riscossione di debiti, oltre a diverse risse a mano armata, egli finì addirittura in tribunale con l’accusa di estorsione e abuso nei confronti di un banchiere svedese che dopo una breve indagine risultò essere solo l’ultimo di almeno altri cinquecento uomini d’affari caduti vittima degli atti di strozzinaggio dell’ex lottatore. “Se ti tirassi un calcio con i miei cento chili di peso, finiresti in ospedale!” spiegò Hans al procuratore durante il processo: “Anche se la mia carriera sportiva è finita, so ancora farmi rispettare!”. È a questo punto della storia che entra in scena Willem Holleeder, un nome che se nel resto del mondo non suggerisce praticamente nulla, in Olanda non può che suscitare paura e rispetto. Fino ad ora il più famigerato criminale nella storia del paese, negli anni ottanta Willem aveva avuto il suo momento di celebrità quando era stato condannato per rapimento del magnate della birra Freddy Heineken e, dopo aver scontato la pena, era tornato in libertà e aveva scalato rapidamente i ranghi della criminalità locale. Il suo ruolo in questa vicenda non è mai stato provato ma i sospetti su di lui sono decisamente forti e, comunque sia, oggi egli si trova in carcere con vari capi d’imputazione per omicidio e narcotraffico. Di sicuro Nijman aveva avuto dei contatti con lui, non è chiaro di quale natura, ma fino all’ottobre del 2012 i loro rapporti sembravano andare per il verso giusto. Questo finché Dick, a quanto pare perché venuto a sapere che Holleeder stava utilizzando il suo nome per compiere delle estorsioni a sua insaputa, aggredì il boss in un caffè di Amsterdam rompendogli la mandibola a pugni e minacciando di ucciderlo. Poco tempo dopo in un’intervista ai media Willem disse di aver già risolto la questione e di non covare alcun rancore contro Dick o contro il suo fidato amico e socio Nijman; parole che, se provengono da un boss criminale, non sono mai da ritenersi di buon auspicio. E Dick, difatti, non prese la situazione alla leggera: accusato di associazione a delinquere, imputazione per la quale l’anno successivo sarà condannato a tre anni di detenzione, si fece volontariamente rinchiudere in cella ancor prima che il verdetto venisse emesso perché sentiva di non essere al sicuro al di fuori del carcere. Nijman invece, ignaro del pericolo in cui si era suo malgrado ritrovato coinvolto, continuò la sua routine quotidiana senza troppe preoccupazioni. Una leggerezza che gli fu, probabilmente, fatale. Erano circa le 20:45 del 5 novembre 2014 quando alcune raffiche di mitra squarciarono il silenzio della sera nei pressi della “De Meer”, la palestra che Hans e Dick gestivano insieme: alcuni passanti dissero di aver visto degli uomini non identificati a bordo di una Volkswagen Golf aprire il fuoco con dei fucili automatici su una macchina che stava uscendo dal parcheggio sul retro dell’edificio. Il guidatore del veicolo bersagliato si rivelerà essere proprio Hans, il quale morì per le ferite riportate ancor prima che i soccorsi riuscissero ad arrivare sul posto. Se ne andava così, all’età di 55 anni, uno dei volti più importanti nella storia delle arti marziali olandesi.
Le successive indagini fecero venire alla luce una volta per tutte gli stretti legami tra la criminalità organizzata e il mondo delle arti marziali olandesi, e in particolar modo della kickboxing. Le relazioni tra Hans e i più importanti esponenti della malavita locale si rivelarono più profondi di quanto ci si sarebbe mai potuti immaginare: le prove sembravano infinite, c’erano testimonianze dettagliate, fotografie che lo ritraevano in posa con famigerati signori della droga e il suo nome era presente in numerosi fascicoli di polizia utilizzati anche per grandi processi. Tutto ciò senza contare che tra le centinaia di iscritti che frequentavano la sua palestra c’erano un gran numero di criminali di alto rango, molti dei quali li aveva conosciuti grazie all’agenzia di buttafuori che aveva fondato e di cui era proprietario e che abitualmente forniva servizi di sicurezza per eventi e feste private per conto di boss della malavita. E non era finita qui. Si iniziò a sospettare che i viaggi in Brasile che Hans faceva all’incirca ogni due mesi con lo scopo dichiarato di andare ad allenarsi ed incontrare la propria amante fossero in realtà collegati al traffico di droga, con una rotta internazionale di cocaina che correva da lui e Vrij direttamente alle mani dal boss di Amsterdam Dino Soerel. I contatti con lo stesso Willem Holleeder si rivelarono molto più gravi del previsto quando venne fuori che, apparentemente, Hans doveva essere assoldato come assassino su commissione per “liquidare” una lista di nemici del boss. Secondo Ron Nyqvist, fondatore del team Golden Glory e a sua volta gangster spietato, era stato proprio Hans l’autore dell’attentato che lo aveva quasi ucciso nell’aprile 2001 quando l’auto nella quale si trovava insieme alla moglie era stata fatta saltare in aria. Inoltre, all’epoca della sparatoria Fred Ros, un noto malavitoso locale che aveva conosciuto Hans tramite la sua palestra, stava collaborando con le autorità per testimoniare in un processo contro le gang di Amsterdam e quindi secondo alcuni l’assassinio di una persona a lui vicina sarebbe stato una sorta di avvertimento per convincerlo a ritrattare le proprie confessioni. Ma queste sono solo supposizioni, storie e dicerie che ancora oggi circolano di bocca in bocca nei bassifondi più bui della capitale olandese, tra malavitosi e killer. Quel che è certo è che mezz’ora dopo la sparatoria il rottame in fiamme della Golf utilizzata per l’agguato fu trovato in un parcheggio nella vicina città di Velserbroek insieme ad un taxi che, come l’auto, si rivelerà essere stato rubato, segno che più che di un omicidio casuale si era trattato di un vero e proprio assassinio organizzato con grande perizia. Ma quale poteva essere il movente? Si trattava forse di una vendetta organizzata da Nyqvist a seguito del fallito tentativo di assassinio nei suoi confronti? Era forse quello il modo con cui Willem Holleeder voleva punire l’affronto subito per mano di Dick? O forse Hans si era semplicemente immerso troppo in quel mondo e, viste e sentite più cose di quante dovesse, non gli era più stato possibile uscirne? Probabilmente non lo sapremo mai: senza sospetti e piste attendibili da seguire le indagini si arenarono in poco tempo e, mentre Dick non parlò mai, ad oggi il caso rimane ancora aperto. Ai funerali di Hans, celebrati nel suo amato villaggio natale di Heemskerk, migliaia di persone andarono a dare l’ultimo saluto al loro campione: la folla era talmente numerosa che fu necessario mettere all’opera le forze dell’ordine per evitare che il piccolo paesino precipitasse nel caos. Davanti alla sua palestra di Beverwijk invece, riaperta nel settembre 2016 dallo stesso Dick in onore dell’amico defunto, amici e allievi lasciarono mazzi di fiori e un paio di guantini per commemorare la sua morte. Non solo un segno di rispetto ma il monito che una vita come la sua, o come quella di Brilleman prima ancora, può avere una sola conclusione: chi decide di vivere come un gangster, come tale andrà incontro alla sua fine.

Bellator vs. BAMMA? Vincono “Scat” e Conti

E’ di pochi giorni fa la notizia dell’approdo in Bellator di due fighter italiani: Daniele Scatizzi e Claudio Conti.

I nostri connazionali, però, non sono stati gli unici a firmare con la promotion statunitense: il loro ingaggio è arrivato nell’ambito di un’operazione che ha portato in Bellator 24 atleti nati nel Regno Unito e in Irlanda, oppure stranieri, ma che si allenano o provengono da team made in UK o irlandesi (infatti Scatizzi e Conti sono atleti della SBG).

L’obiettivo dichiarato è quello di mettere in scena sei eventi in dodici mesi, a partire da ottobre/novembre 2018, nell’area di provenienza dei 24 fighter messi sotto contratto. Scott Coker, presidente di Bellator, ha infatti dichiarato che la sua promotion intende consolidare la propria posizione strategica nel Regno Unito e nell’Europa occidentale.

Fino a questo momento, Bellator si era appoggiato a BAMMA, organizzazione di arti marziali miste inglese, per gli appuntamenti nell’area geografica in questione.

Tra le due sigle era nata una partnership, in cui BAMMA operava “sul campo”, fornendo atleti locali per arricchire le card e attirare pubblico. Evidentemente, qualcosa tra i due partner si è rotto, e il colosso americano ha reagito accogliendo nel roster non solo gli atleti di casa, ma anche fighter che erano sotto contratto proprio con BAMMA: è il caso di Terry Brazier, campione di due categorie di peso della promotion inglese.

E’ anche in questo contesto che è arrivata la chiamata per gli alfieri italiani. Mai come adesso si può dire che tra i due litiganti, il terzo gode!

 

La borsa di Pedersoli Jr ad UFC Liverpool

Il sito thesportsdaily.com rivela le borse degli atleti che hanno combattuto all’evento UFC Fight Night: Thompson vs Till, tenutosi a Liverpool lo scorso 27 maggio.

E’ proprio in occasione di questo appuntamento che Carlo Pedersoli Jr ha esordito nell’ottagono più famoso del mondo, affrontando Bradley Scott e aggiudicandosi il match via split decision.

Ecco la borsa ottenuta dal nostro connazionale:

  • 10.000$ per lo show;
  • 10.000$ di bonus per la vittoria;
  • 3.500$ fight week incentive pay, un incentivo variabile legato alla settimana dell’incontro;

Per un totale di 23.500$.

Bradley Scott ha incassato 19.000$, 14.000$ per lo show, 5.000$ di fight week incentive pay.

Credit foto: USA Today Sports

Chi è Brad Scott, l’avversario di Pedersoli Jr a UFC Liverpool

E’ di pochi giorni fa la notizia del debutto in UFC del nostro connazionale Carlo Pedersoli Jr (https://spiritoguerriero.wordpress.com/2018/05/17/breaking-news-carlo-pedersoli-jr-a-ufc-liverpool/), che affronterà, tra una settimana, l’inglese Bradley “Bear” Scott a Liverpool.

Scott (11-5), 29 anni, ha esordito in UFC contro Robert Whittaker nel dicembre del 2012, perdendo, e ad oggi vi ha disputato 7 incontri, con un bilancio di 3 successi e ben 4 sconfitte, tra cui l’ultimo match contro Jack Hermansson. Nella top promotion americana, l’inglese ha sempre combattuto nei pesi medi: contro Pedersoli Jr, infatti, farà il suo esordio nei welter. Ciò potrebbe avvantaggiarlo in virtù di una stazza fisica più imponente, che però, probabilmente, avrebbe ripercussioni sul cardio.

Su 11 vittorie, “Bear” solo una volta si è affermato ai punti: 5 le ha ottenute per TKo, e le restanti 5 via submission, dimostrandosi valido sia nello striking che nel grappling. Delle 5 sconfitte rimediate in carriera, 3 sono arrivate per decisione dei giudici (tutte in UFC: contro Whittaker, Henrique da Silva e Jotko), 1 via TKo e 1 per sottomissione.

Con 3 sconfitte negli ultimi 5 incontri, ad oggi Scott si trova in una situazione critica: è praticamente costretto alla vittoria per assicurarsi la permanenza in UFC.

McGregor VS 50 Cent

Conor McGregor torna a far parlare di sè per motivi extra sportivi.

L’atleta irlandese infatti ha pubblicato nella notte su Instagram e Twitter un post in cui fa riferimento alla abituale classifica sia degli atleti che degli artisti hip hop più ricchi al mondo, stilata dalla rivista Forbes. Prima si complimenta con il rapper Jay-Z per aver “soffiato” il primo posto a Diddy, a cui si rivolge provocatoriamente con un: “Ingrandisci la foto sull’orologio che ho al polso. Potresti vedere di nuovo il primo posto”. Poi, per quanto riguarda i suoi affari, sostiene di aver superato Cristiano Ronaldo come gli aveva promesso nel 2016.

A questo punto McGregor cita anche Floyd Mayweather, dichiarando che da quando si è ritirato l’ex pugile ha visto le sue entrate economiche ridotte a zero; ciò potrebbe escluderlo dalla lista dei più ricchi. The Notorious fa anche riferimento all’ipotesi secondo cui lo statunitense sembrebbe volersi cimentare nelle MMA:

Mixed Martial Arts is a glorious game, Floyd. You are going to love it hahaha“.

A questo punto il fighter di Dublino si rivolge al rapper 50 Cent, amico di Mayweather e con cui aveva già avuto qualche scintilla:

Qualcuno tagghi 50 Cent per me. Questo pazzo 50enne che blocca la gente su Instagram ha bloccato anche me. Ahh non bloccarmi ragazzino, mi piacciono ancora alcune delle tue canzoni. Quelle vecchie hahah“.

I contrasti tra i due pare che risalgano a quando McGregor urlò: “50 Cent is a bitch” ad una folla che lo acclamava a Brooklyn, probabilmente per la già citata amicizia del rapper con “Pretty Boy” Floyd. Dopo la sconfitta dell’irlandese contro il pugile americano nel “Money Fight” di quest’estate, la risposta dell’artista non si fece attendere: dichiarò infatti che in un incontro di strada avrebbe distrutto l’atleta UFC, salvo poi parzialmente ritrattare quando i giornalisti iniziarono ad incalzarlo, forse sperando davvero che potesse avvenire il confronto.

Di seguito il post pubblicato da McGregor su Instagram: